Emergenza COVID-19

Come Cristo: mite e umile di cuore

Venerdì, 10 Giugno 2005 20:17
«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero (Mt 11, 29-30). Per due numeri del nostro giornale abbiamo commentato il versetto 28 del capitolo 11 del Vangelo di Matteo. I versetti 25-30 del capitolo 11 costituiscono il brano evangelico della Messa propria di San Pio, come abbiamo più volte sottolineato. L’ultima nota, quella dei versetti 29-30, è sul giogo. Esso indica per sé la tremenda schiavitù e fatica senza fine che nei millenni sono state imposte senza pietà su bovi e altre povere bestie che le hanno dovuto sopportare. Ma il giogo che adesso la Sapienza divina viene a proporre è buono, è imposto dal Buono e rende buoni (T. Federici, op. cit., pag. 678). G. Ravasi aggiunge: «L’immagine del giogo era usata per indicare la Legge che il Signore aveva imposto ad Israele (Sir. 51,23. 26-27: “Avvicinatevi, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola. Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l’istruzione. Essa è vicina e si può trovare. Vedete con gli occhi che poco mi faticai, e vi trovai per me una grande pace”). Gesù la ripropone, ma la spoglia del suo aspetto di peso, di trionfo, di imposizione e la usa in un senso più «dolce» e quindi più impegnativo. Infatti, il castello della casistica morale giudaica è ora semplificato da un impegno totalizzante, il giogo dell’amore. Il rapporto con Dio non è più regolato dal terrore ma è filiale e spontaneo e proprio per questo diviene più esigente» (op. cit., pag. 165).
«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero (Mt 11, 29-30). Per due numeri del nostro giornale abbiamo commentato il versetto 28 del capitolo 11 del Vangelo di Matteo. I versetti 25-30 del capitolo 11 costituiscono il brano evangelico della Messa propria di San Pio, come abbiamo più volte sottolineato. L’ultima nota, quella dei versetti 29-30, è sul giogo. Esso indica per sé la tremenda schiavitù e fatica senza fine che nei millenni sono state imposte senza pietà su bovi e altre povere bestie che le hanno dovuto sopportare. Ma il giogo che adesso la Sapienza divina viene a proporre è buono, è imposto dal Buono e rende buoni (T. Federici, op. cit., pag. 678). G. Ravasi aggiunge: «L’immagine del giogo era usata per indicare la Legge che il Signore aveva imposto ad Israele (Sir. 51,23. 26-27: “Avvicinatevi, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola. Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l’istruzione. Essa è vicina e si può trovare. Vedete con gli occhi che poco mi faticai, e vi trovai per me una grande pace”). Gesù la ripropone, ma la spoglia del suo aspetto di peso, di trionfo, di imposizione e la usa in un senso più «dolce» e quindi più impegnativo. Infatti, il castello della casistica morale giudaica è ora semplificato da un impegno totalizzante, il giogo dell’amore. Il rapporto con Dio non è più regolato dal terrore ma è filiale e spontaneo e proprio per questo diviene più esigente» (op. cit., pag. 165).

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