Emergenza COVID-19

Editoriale Mons. D'Ambrosio n.5

Lunedì, 02 Aprile 2007 13:13

La «Vita Consacrata» è stato il tema della Giornata indetta il 26 gennaio a San Giovanni Rotondo, al Centro di Accoglienza della Casa Sollievo della Sofferenza, con un incontro di sacerdoti e suore, conclusosi con la celebrazione eucaristica, presieduta dall’Arcivescovo della diocesi, S.E. Monsignor D’Ambrosio. Riportiamo la sua omelia.

Non a caso la liturgia della Chiesa, dopo averci invitato a celebrare e rendere lode al Signore per il grande dono della conversione dell’Apostolo Paolo, oggi ci invita a celebrare la memoria dei suoi due fedeli discepoli, Timoteo e Tito.

Abbiamo ascoltato questa stupenda pagina della II Lettera a Timoteo, nella quale sentiamo tutta la tenerezza del padre e del maestro che guida il discepolo che egli ha posto a guida della comunità. Sono parole che, da una parte manifestano la tenerezza dell’apostolo verso Timoteo, e dall’altra ricordano a Timoteo la ricchezza di cui egli è depositario, che non deve in nessun modo depauperare e disperdere, ma deve continuamente arricchire attraverso il gesto della fedeltà continua e l’impegno alla testimonianza che deve manifestarsi anche attraverso la sofferenza, la fatica: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te».
Sappiamo qual è il senso di questa espressione. Il verbo greco sta ad indicare quel gesto di «attizzare». Come la brace che cova sotto la cenere, c’è, ma bisogna soffiare, perché emerga il calore e la potenza del fuoco.

Noi corriamo il rischio di lasciare depositare, nella nostra vita, sui doni che il Signore ci ha elargito, la polvere delle nostre abitudini, delle nostre superficialità, del nostro dimenticare che la bontà di Dio è qualcosa che ogni giorno deve parlare, deve giudicare, deve spingere la nostra vita a quella fedeltà costante che non può mai accontentarsi del già visto, del già fatto, del già ripetuto, per ravvivare il dono di Dio che è in noi. Questa mattina, il sacerdote che ha guidato il ritiro al clero, ha voluto sottolineare proprio questo impegno, questa capacità, richiamando una espressione del Servo di Dio Giovanni Paolo II, nell’Enciclica «Ecclesia de Eucharistia»: lo stupore, la meraviglia.

Ricordo una delle prime volte che andai a Spello. C’era quella fraternità dei Piccoli Fratelli di Gesù, e c’era quel grande uomo che era Carlo Carretto, che non andava per il sottile, qualche volta. Nella cappella dell’Eremo di San Girolamo, c’era una immagine della Vergine Maria, un po’ stanca nelle sue fattezze, nelle sembianze, nell’espressione del volto. Io lessi lo stupore nel volto di Maria. Era Maria che riceveva il nunzio dell’Angelo. Come è possibile? Lo stupore, la sorpresa. Lasciarci sorprendere ogni giorno da Dio, dai suoi doni, dalla sua grazia. Meravigliarci per quello che accade, che egli fa per noi. Questa è garanzia di una vita che non si abitua mai.
Ma questo è possibile soltanto se catturiamo quella parola che abbiamo ascoltato dal Vangelo: «Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi».
Siano le nostre orecchie attente alla tua Parola. C’è questa tensione e questa attenzione alla Parola con cui Dio ci raggiunge continuamente, e allora la sorpresa è sempre tale. Dio risulta sempre nuovo. La Parola è la stessa, ma quando giunge a noi, assume dei connotati diversi che non abbiamo mai percepito, è la prima volta.

Questo è lo stupore di Dio, non si ripete mai. Capire attraverso queste orecchie attente, questo cuore aperto. Capire questo avvento quotidiano di Dio nella nostra vita. E allora c’è la sorpresa, c’è lo stupore, c’è la meraviglia, c’è la novità, c’è il desiderio di una risposta nuova a Dio, che in modo nuovo viene a parlare a noi.

Tutto questo richiede veramente una dimensione che molto spesso trascuriamo. Ricordo che una delle prime lettere pastorali del Cardinale Martini era la dimensione contemplativa della vita, questo spazio della contemplazione. Contemplare Dio. La contemplazione significa lo stupore. Noi dobbiamo garantirci questo spazio di contemplazione, per cogliere l’evento e l’avvento del mistero. Che è Dio che parla alla nostra vita, che suscita, rigenera a spazi nuovi la nostra risposta, per accogliere tutto quello che Lui, il Maestro, ha da dire a noi discepoli.

La sua Parola ha risorse infinite, e quando la comprendiamo, scopriamo sempre la novità. Uno dei gesti che veramente ci fa percepire questa novità è il modo in cui ci poniamo nei confronti di quella Lectio Divina, che garantisce questa attenzione ripetutamente nuova di fronte alla Parola. Per cui sento il desiderio di accoglierla, genera in me la sorpresa, lo stupore, la meraviglia per questa pienezza di Dio che ha sempre qualcosa di nuovo per noi. I suoi doni sono infiniti!

†Domenico D’Ambrosio
Arcivescovo

La «Vita Consacrata» è stato il tema della Giornata indetta il 26 gennaio a San Giovanni Rotondo, al Centro di Accoglienza della Casa Sollievo della Sofferenza, con un incontro di sacerdoti e suore, conclusosi con la celebrazione eucaristica, presieduta dall’Arcivescovo della diocesi, S.E. Monsignor D’Ambrosio. Riportiamo la sua omelia.

Non a caso la liturgia della Chiesa, dopo averci invitato a celebrare e rendere lode al Signore per il grande dono della conversione dell’Apostolo Paolo, oggi ci invita a celebrare la memoria dei suoi due fedeli discepoli, Timoteo e Tito.

Abbiamo ascoltato questa stupenda pagina della II Lettera a Timoteo, nella quale sentiamo tutta la tenerezza del padre e del maestro che guida il discepolo che egli ha posto a guida della comunità. Sono parole che, da una parte manifestano la tenerezza dell’apostolo verso Timoteo, e dall’altra ricordano a Timoteo la ricchezza di cui egli è depositario, che non deve in nessun modo depauperare e disperdere, ma deve continuamente arricchire attraverso il gesto della fedeltà continua e l’impegno alla testimonianza che deve manifestarsi anche attraverso la sofferenza, la fatica: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te».
Sappiamo qual è il senso di questa espressione. Il verbo greco sta ad indicare quel gesto di «attizzare». Come la brace che cova sotto la cenere, c’è, ma bisogna soffiare, perché emerga il calore e la potenza del fuoco.

Noi corriamo il rischio di lasciare depositare, nella nostra vita, sui doni che il Signore ci ha elargito, la polvere delle nostre abitudini, delle nostre superficialità, del nostro dimenticare che la bontà di Dio è qualcosa che ogni giorno deve parlare, deve giudicare, deve spingere la nostra vita a quella fedeltà costante che non può mai accontentarsi del già visto, del già fatto, del già ripetuto, per ravvivare il dono di Dio che è in noi. Questa mattina, il sacerdote che ha guidato il ritiro al clero, ha voluto sottolineare proprio questo impegno, questa capacità, richiamando una espressione del Servo di Dio Giovanni Paolo II, nell’Enciclica «Ecclesia de Eucharistia»: lo stupore, la meraviglia.

Ricordo una delle prime volte che andai a Spello. C’era quella fraternità dei Piccoli Fratelli di Gesù, e c’era quel grande uomo che era Carlo Carretto, che non andava per il sottile, qualche volta. Nella cappella dell’Eremo di San Girolamo, c’era una immagine della Vergine Maria, un po’ stanca nelle sue fattezze, nelle sembianze, nell’espressione del volto. Io lessi lo stupore nel volto di Maria. Era Maria che riceveva il nunzio dell’Angelo. Come è possibile? Lo stupore, la sorpresa. Lasciarci sorprendere ogni giorno da Dio, dai suoi doni, dalla sua grazia. Meravigliarci per quello che accade, che egli fa per noi. Questa è garanzia di una vita che non si abitua mai.
Ma questo è possibile soltanto se catturiamo quella parola che abbiamo ascoltato dal Vangelo: «Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi».
Siano le nostre orecchie attente alla tua Parola. C’è questa tensione e questa attenzione alla Parola con cui Dio ci raggiunge continuamente, e allora la sorpresa è sempre tale. Dio risulta sempre nuovo. La Parola è la stessa, ma quando giunge a noi, assume dei connotati diversi che non abbiamo mai percepito, è la prima volta.

Questo è lo stupore di Dio, non si ripete mai. Capire attraverso queste orecchie attente, questo cuore aperto. Capire questo avvento quotidiano di Dio nella nostra vita. E allora c’è la sorpresa, c’è lo stupore, c’è la meraviglia, c’è la novità, c’è il desiderio di una risposta nuova a Dio, che in modo nuovo viene a parlare a noi.

Tutto questo richiede veramente una dimensione che molto spesso trascuriamo. Ricordo che una delle prime lettere pastorali del Cardinale Martini era la dimensione contemplativa della vita, questo spazio della contemplazione. Contemplare Dio. La contemplazione significa lo stupore. Noi dobbiamo garantirci questo spazio di contemplazione, per cogliere l’evento e l’avvento del mistero. Che è Dio che parla alla nostra vita, che suscita, rigenera a spazi nuovi la nostra risposta, per accogliere tutto quello che Lui, il Maestro, ha da dire a noi discepoli.

La sua Parola ha risorse infinite, e quando la comprendiamo, scopriamo sempre la novità. Uno dei gesti che veramente ci fa percepire questa novità è il modo in cui ci poniamo nei confronti di quella Lectio Divina, che garantisce questa attenzione ripetutamente nuova di fronte alla Parola. Per cui sento il desiderio di accoglierla, genera in me la sorpresa, lo stupore, la meraviglia per questa pienezza di Dio che ha sempre qualcosa di nuovo per noi. I suoi doni sono infiniti!

†Domenico D’Ambrosio
Arcivescovo

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