Stampa questa pagina

Il fondatore, la sua vita in breve

di Gherardo Leone

Fondatore san Pio da Pietrelcina

Cenni Biografici su San Pio da Pietrelcina
 
Padre Pio è un sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini vissuto dal 1887 al  1968.

Nato il 25 maggio del 1887 a Pietrelcina, in provincia di Benevento, da Grazio Forgio- ne e Maria Giuseppa De Nunzio, piccoli proprietari terrieri, fu battezzato col nome di Francesco.

Ricevette in famiglia e in parrocchia un'educazione squisitamente religiosa, e sui dieci anni espresse il desiderio di farsi frate. Per consentirgli di seguire la sua vocazione e farlo studiare in privato, il padre dovette emigrare in America.

Il 6 gennaio del 1903 Francesco entrò nel noviziato cappuccino di Morcone, prenden- do il nome di fra Pio. Dopo sei anni di studi, compiuti in vari conventi, tra continui ritorni al suo paese per motivi di salute, fu ordinato sacerdote nel duomo di Beneven- to il 10 agosto del 1910. Dopo varie vicissitudini, dovute alla sua salute malferma, nel 1916 fu inviato a San Giovanni Rotondo, sul promontorio del Gargano.

Il 20 settembre del 1918 ricevette il dono delle stimmate nelle mani, nei piedi, nel costato.

Il fatto prodigioso richiamò folle d'ogni regione italiana e dell'estero, e suscitò inquie- tanti problemi nella scienza e nella Chiesa. La Santa Sede lo sottopose a numerose in- chieste per accertare l'autenticità del fenomeno e la sua personalità, disponendo anche in alcuni periodi provvedimenti restrittivi del suo ministero.

Nei cinquant’anni trascorsi da allora, nonostante le grandi folle intorno a lui, la curio- sità, le polemiche, i dibattiti, la vita di Padre Pio rimase nella sostanza sempre uguale. Una routine massacrante fatta di Messe, confessioni, incontri con fedeli bisognosi della sua guida.

Confessore eccezionale e forgiatore di anime, pregava molto ed esortava a pregare. Numerose le conversioni dalla miscredenza e da una vita immorale. Personalità di ogni rango lo hanno avvicinato nel suo convento, a tutti egli ha dato direttive ferme per la vita dello spirito e ha insegnato con le esortazioni e con l’esempio che la preghiera de- ve essere la base della nostra vita.

Morto in concetto di santità il 23 settembre 1968, dopo il regolamentare percorso del processo canonico, il 18 dicembre del 1997 è stato proclamato Venerabile da Sua Santità Papa Giovanni Paolo II.

E numerose le grazie ottenute per la sua intercessione. Il 21 dicembre del 1998, il Concistoro della Santa Sede, con l'approvazione di un miracolo avvenuto per interces- sione di Padre Pio, decretò la sua Beatificazione avvenuta il 2 maggio del 1999 in piaz- za San Pietro, alla presenza di una enorme folla di fedeli.

Il 25 febbraio del 2002 il Concistoro, con il riconoscimento di un altro miracolo, decretò la canonizzazione di Padre Pio che ebbe luogo il 16 giugno dello stesso anno.


La famiglia

 

I genitori di Padre Pio, Grazio Forgione e Giuseppina De Nunzio, erano piccoli possidenti. Avevano, a due chilometri dal paese, nella località chiamata Piana Romana, una masseria e delle terre, da cui ricavavano il necessario per vivere. Al tempo dei rac- colti potevano anche permettersi di assumere qualche bracciante. Per il resto bastava Grazio, popolarmente chiamato Zi' Razio, che ogni mattina di buon'ora sellava l'asino e si recava in campagna. Più tardi vi andava anche la moglie, zi' Giuseppa, per sfac- cendare nella masseria e sull'aia, preparando anche da mangiare. Nel tardo pomeriggio tornavano tutti e due in paese, alla loro abitazione, modesta ma piena di calore umano. Questa la loro vita normale, con i figli che via via nascevano: Michele, il primo, che appena grandicello cominciò ad essere di valido aiuto in campagna; Francesco, anche lui di aiuto con il portare al pascolo tre o quattro pecorelle; e poi Grazia, Pellegrina.


L'educazione religiosa

 

La famiglia Forgione era molto religiosa, come del resto un po' tutto il paese, in cui si osservavano scrupolosamente le ricorrenze liturgiche, particolarmente il Natale, con consuetudini e tradizioni simpatiche. Si onoravano anche i santi, con feste pubbli- che, tra cui, la prima domenica di agosto, la Madonna della Libera, patrona di Pietrelcina.

Il piccolo Francesco si trovò così inserito con naturalezza in un ambiente schiettamen- te religioso. Dei vicini di casa ricordavano come, da piccolo, quando sentiva suonare la campana per la funzione, premeva sulla nonna perché lo portasse in chiesa. Continuò poi a frequentarla regolarmente, per il catechismo, cui seguì la prima comunione e la cresima, facendo anche il chierichetto. Si distingueva tra gli altri bambini per questo suo trasporto per le cose religiose.

Se sentiva bestemmiare o pronunziare parolacce, soffriva visibilmente ed era come ter- rorizzato. E in campagna, giocando con altri pastorelli della sua età, tra cui il cugino e vicino di masseria Mercurio Scocca, «voleva sempre fare processioni» con dei pupazzetti che modellavano con la terra.


La vocazione

 

Poteva avere un dieci anni quando un giorno d'estate, mentre si trebbiava sull'aia, comparve un frate cappuccino per la consueta questua.

Vederlo per Francesco fu come una rivelazione.

Dopo che il frate si fu allontanato con l'offerta ricevuta, di punto in bianco disse al padre: «Mi voglio fare monaco».

Il padre non stette molto a pensarci su. Rispose: «Se pigli», cioè «se apprendi».

In seguito gli disse anche: «Fatti monaco di Paduli», il paese vicino dov'era un convento di francescani.

«No», disse Francesco, «mi voglio fare monaco con la barba».

Vista questa disposizione del figlio, zi' Razio andò a parlare ai frati del convento di Morcone, da dove era venuto il cappuccino questuante, e dov'era il noviziato.

Per entrarci, occorrevano quindici anni compiuti e degli studi per poi diventare sacerdote.

Francesco aveva solo un'istruzione elementare, ricevuta inizialmente da un maestro improvvisato che insegnava a leggere e a scrivere in modo rudimentale. Fu necessario, quindi, cercare un insegnante vero e proprio.


A scuola privata

Fu trovato in Domenico Tizzano, che conduceva a Pietrelcina una scuoletta privata, come si usava allora nei paesi dove non c'erano scuole ufficiali. Francesco in cominciò così a prendere familiarità con il latino e le altre materie di rito. Ma sembrava che non apprendesse, e il maestro se ne lagnava con la madre.

Il padre, intanto, era emigrato in America perché gli studi del figlio avevano un costo, sia pur minimo, ma per un piccolo agricoltore come lui, che viveva dei prodotti della terra, e di denaro disponeva ben poco, la somma da pagare mensilmente, in aggiunta a tutto il resto occorrente, era un impegno troppo grande.

Gli studi da principio andavano male, o almeno così pareva. Addirittura Tizzano giu- dicava Francesco un asino.

Ma la madre non ci credeva.

Andò a parlare a un altro maestro privato, Angelo Caccavo. Il quale, prima di accetta- re, sottopose Francesco a una specie d'esame. Rilevata la sua buona volontà e la capa- cità d'apprendimento, lo prese con sé. A quanto pare, Francesco si trovava male col precedente maestro, perché contrariato dal suo comportamento morale.

 

Con il nuovo maestro Francesco si trovò benissimo. Non c era nulla da dire su di lui come studente. E neanche per il resto.

Era un ragazzo serio, e una volta che fu accusato di aver scritto un bigliettino d'amore a una compagna e venne punito duramente dal maestro, questi poi dovette ricredersi, riconoscendo che Francesco era stato vittima di una calunnia.

Per l'invidia della simpatia che suscitava nelle ragazzine, e per la diligenza nello studio. Si era fatto uno studiolo in un localetto di famiglia chiamato «la torretta».

Studiava con passione, e teneva la corrispondenza, per così dire, di famiglia, informando il padre in America dei suoi studi e di tutto ciò che accadeva in casa.

Lo informò anche della gita che con il maestro e i compagni aveva compiuto a Pom- pei. Precisando anche che la sua quota era stata di alcune lire.

Il padre trovò da ridire su quella spesa. Francesco gli diede ragione, ed aggiunse:

«...però dovete pensare che l'anno venturo, a Dio piacendo, finiranno tutte le feste e i divertimenti per me perché abbandonerò questa vita per abbracciarne un'altra migliore».


Combattimenti interiori

Ma quell'abbandono, al quale Francesco s'era preparato in tutti quegli anni dalla puerizia all'adolescenza, man mano che si avvicinava il tempo prefisso non gli appariva in realtà facile.

Un combattimento atroce che lo straziava.

Fino a quando una sorta di visione gli delineò con sicurezza quale doveva essere il suo futuro: una lotta senza quartiere contro un nemico terribile, che sarebbe tornato sem- pre alla carica, più e più volte, ma sempre egli l'avrebbe sconfitto, guidato e incorag- giato da un personaggio misterioso bellissimo.

Non ebbe allora più dubbi.

La visione si ripeté, come una spinta definitiva, proprio il mattino della partenza da Pietrelcina.

 

Al noviziato

 

Era il 6 gennaio del 1903. Francesco aveva quasi sedici anni. I quindici anni ri- chiesti dalle regole cappuccine li aveva compiuti nel maggio dell'anno prima. Partì in treno per Morcone, dov'era il noviziato, con altri due compagni, e con il maestro An- gelo Caccavo con il quale tutti e tre avevano studiato.

Alla stazione il distacco dalla madre fu terribile.

Zi' Giuseppa piangeva, anche se offriva con tutto il cuore quel figlio a san Francesco. E anche per il figlio fu uno strazio staccarsi dalla madre.

C'era solo un'ora di treno da Pietrelcina a Morcone. 

Giunti al convento, i superiori che li accolsero procedettero subito a un esame indivi- duale dei tre aspiranti sulle materie studiate. Tutti e tre lo superarono.

Ma uno di essi non aveva ancora l'età prescritta e dovette tornare indietro col maestro. L'altro compagno di Francesco fu accolto, ma dopo alcuni giorni nel noviziato capì che quella vita non era per lui e se ne tornò a casa. Francesco così rimase solo.


Vita dura per i novizi

 

In effetti, la vita nel noviziato era quanto di più rigoroso si potesse immaginare. Con le levate mattutine e nel cuore della notte, le ore dedicate alla preghiera e allo studio, la meditazione, il silenzio rigoroso da osservare quasi sempre, soprattutto quando nel convento c'erano degli estranei.

La testa bassa per conservare il raccoglimento interiore e il dominio dei sensi: ne fece le spese anche la madre di Francesco una volta che era andata a trovare il figlio e lo trovò come indifferente, tanto da credere che si fosse alienato da lei o fosse malato; e il padre, saputo questo, lo voleva portare via da Morcone.

Inoltre la «disciplina» con una catenella di ferro, le confessioni scrupolose, il cibo scarso, e il freddo intenso.

Una vita impossibile, che serviva a temprare il novizio, formandolo.

E che fra Pio osservò in tutti i particolari e anche con eccessi che lo segnarono per sempre.

Un anno dopo, quando emise i voti semplici prima di lasciare Morcone, era già un frate completo. Che iniziava gli studi per diventare sacerdote.

Da Morcone a Sant'Elia a Pianisi, San Marco la Catola, Serracapriola, Montefusco, Gesualdo.

Gli anni che seguirono al noviziato furono per Padre Pio un trasferirsi continuo da uno a un altro convento per seguire i vari corsi che si tenevano dov'erano i precettori che d'anno in anno potevano cambiare sede. Ma anche, in qualche caso, per motivi di salute. In questo modo fece la conoscenza un po' di tutti i conventi della provincia monastica cosiddetta di Sant'Angelo, sparsi per la Puglia, la Campania, il Molise.

Ma le sue erano permanenze non lunghe, perché la salute aveva subito cominciato ad apparire precaria, con malesseri generali, febbri, impossibilità di ritenere ciò che mangiava. Conseguenza degli eccessi di automortificazione cui si era sottoposto al noviziato?

Comunque cominciarono a rendersi necessari dei periodici soggiorni al suo paese per rimettersi un po' su.

E tirate le somme era più il tempo che trascorreva a Pietrelcina. Dove, però, continuava, come poteva, a studiare, mantenendo un'assidua corrispondenza con i superiori, padre Benedetto e padre Agostino, tutti e due di San Marco in Lamis, che, specialmente il secondo, avevano ben compreso che tutto ciò che accadeva in quel frate malatic- cio non era proprio del tutto naturale. Anche perché, come suoi confessori e direttori spirituali, ben conoscevano, sia pure dovendo conservare il segreto, ciò che gli passava nell'anima.

Dopo quindici giorni fu vestito dell'abito francescano e divenne per tutti fra Pio.

Finalmente, dopo tante vicissitudini, che in certi momenti sembravano avere il sopravvento sul desiderio intenso di Padre Pio di seguire fino in fondo la sua vocazio- ne, e dopo aver percorso le tappe rituali del suddiaconato e diaconato, superato l'ulti- mo esame prescritto, il 10 agosto del 1910 fra Pio fu ordinato sacerdote.

La solenne cerimonia ebbe luogo nel duomo di Benevento, e fu officiata da monsignor Paolo Schinosi, arcidiacono e visitatore generale della diocesi. Era presente la madre Giuseppa. Il padre e il fratello si trovavano ancora in America.

«Il giorno di san Lorenzo fu il giorno in cui trovai il mio cuore più acceso di amore per Gesù. Quanto fui felice, quanto godei quel giorno!», scrisse in seguito Padre Pio. Il 14 seguente celebrò la sua prima messa a Pietrelcina. Il discorso di rito glielo fece il suo superiore e direttore spirituale padre Agostino, che gli auspicò un ministero di grande confessore.


Per la prima volta le stimmate

 

Dopo l'ordinazione sacerdotale (10 agosto 1910), Padre Pio rimase a Pietrelcina. E, appena un mese dopo gli accadde qualcosa di straordinario. Si trovava in campagna, e pregava e meditava all'ombra di un olmo, quando avvertì un intenso bruciore nel palmo delle mani.

Era la primissima manifestazione delle stimmate. Soltanto un anno dopo si decise a informarne i superiori, aggiungendo che quei segni gli avevano dato una grande confusione, tanto da pregare il Signore che glieli facesse scomparire. E così fu.

Ma rimasero invisibili e gli procurarono, da allora in poi, grandi sofferenze, sopratutto il venerdì e nella settimana santa.


Vita nel suo paese

 

La salute continuava a essere non buona. I tentativi di vivere in comunità in questo o quel convento naufragavano regolarmente.

E per rimettersi un po', era costretto a tornare a Pietrelcina per lunghi soggiorni.

Finì per risiedervi stabilmente, dividendosi tra il paese, dove abitava in casa del fratello Michele, e la campagna, dove, nella masseria contigua a quella di famiglia, l'amico e cugino Mercurio Scocca gli aveva messo a disposizione una confortevole stanzetta. Aiutava l'arciprete don Salvatore Pannullo nel ministero della parrocchia, l'unica di Pietrelcina, fungendo in sostanza da viceparroco.

Numerosi sono i battesimi da lui amministrati in quel periodo. Si faceva notare per la profonda pietà con cui espletava ogni suo compito.

Impiegava molto tempo nel dire la messa, per lo più in completa solitudine. A volte il sagrestano, che gliela serviva, si allontanava per sbrigare qualche faccenduola; al ritorno lo trovava ancora sull'altare.

Una volta lo trovò riverso a terra, come morto, e corse allarmato a dirlo all'arciprete. Ma questi non si meravigliò. Conosceva l'interiorità di Padre Pio, e sapeva che quei momenti erano d'estasi.


Sei anni d'esilio

 

I superiori lo seguivano affettuosamente, guidandolo negli studi ancora prescritti e provvedendolo di tutto quanto gli occorreva. Era ritenuto malato di tuberco- losi. Una diagnosi condivisa da più medici anche di grande fama.

Più volte lo richiamarono in comunità, ma dovevano poi rinunziarvi perché le sue condizioni di salute sembravano aggravarsi.

A Venafro, dove rimase quaranta giorni, finì per nutrirsi della sola Eucarestia. Fu lì che ebbe una serie di estasi, documentate scrupolosamente da padre Agostino.

Sostanzialmente, dopo l'ordinazione sacerdotale, rimase a Pietrelcina altri sei anni, in- terrotti da soggiorni a Napoli in caserma e all'ospedale militare, dove i medici militari lo esaminarono più volte, giungendo alla stessa conclusione di quelli civili, e alla fine riformandolo.

L’occasione di rientrare definitivamente in comunità venne nel marzo del 1916, quando una nobildonna di Foggia, molto stimata dai frati cappuccini per la sua vita devota, che era stata messa in corrispondenza con Padre Pio perché la guidasse spiri- tualmente, si ammalò gravemente.

Informato dai superiori, Padre Pio venne a Foggia, nel convento, l'unico allora, di Sant'Anna. Poté assistere l'inferma fino alla morte, avvenuta di lì a poco, e continuò dopo a rimanere a Foggia.

Anche li avvenivano dei fenomeni misteriosi. Fracassi spaventosi venivano dalla came- ra di Padre Pio, e i confratelli ne rimanevano atterriti.

Li liberò da questi incubi il sopravvenire del gran caldo dell'estate, soffocante a Fog- gia, in piena pianura com'è. Per sottrarre Padre Pio ai disagi della calura, il suo superiore e confratello Padre Pao- lino pensò di portarlo per qualche giorno in collina: a San Giovanni Rotondo, sul Gargano. L'idea si rivelò provvidenziale.

In quel paese, remotissimo allora, Padre Pio si trovò a suo agio, e, dopo un breve ri- torno a Foggia, vi tornò definitivamente, nel settembre del 1916. Dopo alcune altre brevi sortite indispensabili, dal 1918 non se ne mosse più.


La famiglia spirituale

 

Vi aveva trovato, oltre che un clima più favorevole al suo fisico, un ambiente che corrispondeva alla sua innata vocazione di guida delle anime. Aveva avuto modo di assecondarla dovunque si era trovato, e molto per corrispon- denza con persone che i superiori gli raccomandavano, ben conoscendo la sua spiri- tualità, e apprezzando la sua capacità di far presa sulle anime.

Ora qui, a San Giovanni Rotondo, nell'allora solitario conventino distante due chilo- metri dal paese, tra brughiere popolate di mandorli, l'unico albero che attecchiva in quel terreno arido e sassoso, e il dorsale del tutto brullo di montagna che si estendeva ininterrotto a nord, si vide subito intorno un gruppetto di donne, terziarie francescane per lo più, che già frequentavano il convento, e già prevenute, dagli stessi frati, sulla personalità non comune di quel loro confratello.

Noto, sì, nella monastica provincia, per la sua formazione spirituale, ma anche per gli strani fenomeni che accadevano dovunque andasse. 

Prese a far loro conferenzine familiari in una stanzetta della foresteria, insegnando come si meditava e pregava. Una di esse, Lucietta Fiorentino, anni prima, in una sorta di sogno o visione, aveva previsto la sua venuta e la sua missione universale, come di un grande albero che allargava la sua ombra dapertutto.


La stimmatizzazione definitiva

Dalla primavera di quel 1918 Padre Pio non si era più mosso da San Giovanni Rotondo. Nel corso dell'estate si moltiplicarono sulla sua persona fenomeni straordinari, che si aggiungevano a quello delle piaghe nelle mani, apparse otto anni prima, un mese dopo l'ordinazione sacerdotale, poi subito scomparse con la sua supplica a Dio di togliergli quei segni. Che però gli davano lo stesso in determinati giorni molta sofferenza. Ai primi di agosto, fu letteralmente trafitto al cuore da quella che viene chiamata la tra- sverberazione.

Nel mese successivo, il 20 settembre, mentre pregava tutto solo nel coro dopo la cele- brazione della messa, gli apparve un personaggio misterioso e si sentì trafitto.

Oramai era definitivamente stimmatizzato: piaghe alle mani, ai piedi al costato, come Gesù. Un dono mistico, che dava come un suggello alla sua grande spiritualità, ma an- che grande sofferenza, per quel sangue che fuoriusciva, ristagnando in ampie croste nel palmo e nel dorso di tutte e due le mani, e sopra e sotto i piedi, mentre al costato era una lesione trasversale.

 

Folle ed esami clinici

Quella folgorazione clamorosa non poteva rimanere ignorata, anche se Padre Pio non diceva nulla e cercava di nascondere i segni delle mani nel bordo delle ampie maniche della tonaca. Ma fu appunto questo suo contegno schivo che mise sull'avviso le sue fedeli più perspicaci. Intuirono il suo segreto, e Padre Pio dovette, sia pure con riluttanza, svelarlo; e del resto non poteva più nasconderlo nemmeno ai confratelli.

La voce di quell'evento straordinario si sparse rapidamente, non solo a San Giovanni Rotondo, ma in tutto il Gargano e altrove. Folle enormi cominciarono ad affluire al convento, assediandolo per vedere Padre Pio.

Fu necessaria la forza pubblica per mantenere l'ordine in quelle turbe, mosse non solo dalla curiosità, ma anche dalla speranza di avere delle grazie da quell'uomo crocifisso come Gesù. Si mossero anche i medici, su richiesta, dapprima, degli immediati supe- riori di Padre Pio, poi della Santa Sede, che voleva avere ragguagli precisi su quelle piaghe.

Le opinioni degli esaminatori non furono concordi. Due di essi, che le esaminarono più volte, non esitarono ad affermare che erano inspiegabili dal punto di vista naturale. Mentre un illustre clinico fu di parere opposto, e cercò di farle guarire con delle cure. Che naturalmente non ebbero nessun risultato. Rimasero inalterate, continuando a dar sangue.


Provvedimenti restrittivi della Santa Sede

Padre Pio si trovava al centro non solo del clamore suscitato involontariamente nelle folle da quell'evento prodigioso accaduto sul suo corpo, ma anche di aspri con- trasti e polemiche riguardanti la sua stessa personalità di religioso.

Messa in discussione, perfino con calunnie, soprattutto da una parte del clero della zona che faceva capo alla diocesi di Manfredonia, dove un vescovo poco benevolo nei suoi riguardi lo metteva in luce sfavorevole presso la Santa Sede.

D'altra parte i sostenitori di Padre Pio non usavano mezze misure per difenderlo, ri- torcendo le accuse infamanti sui suoi avversari con dossier esplosivi. E con agitazioni popolari quando la Santa Sede cominciò ad emanare provvedimenti su Padre Pio, dap- prima solo giudicando non di natura soprannaturale ciò che gli era accaduto, e in più riprese sconsigliando di andare da lui. Poi nel 1931, isolandolo all’interno della clausu- ra del convento, con il vietargli le confessioni, la celebrazione della messa in pubblico, la corrispondenza cui era solito e i contatti abituali con i fedeli.

Una prigionia di fatto, durante la quale Padre Pio celebrava Messa in una cappellina interna e s'intratteneva solo con i confratelli e con qualche visitatore amico.

Ci furono anche momenti di autentica sommossa quando si sparse la voce che Padre Pio stava per essere trasferito, e il convento fu assalito, con grave rischio di chi era stato indicato come esecutore dell'ordine di trasferimento.

Vera o falsa che fosse la notizia di quell'ordine, fu istituita, dai sangiovannesi, una sorveglianza a turni, giorno e notte, sul convento.

 

Padre Pio liberato

 

La clausura esasperata durò circa due anni. Finalmente, nel giugno del 1933, giunse per Padre Pio il permesso di poter riprendere a celebrare la messa in pubblico e confessare. Se non ricredutosi del tutto sul suo conto, per lo meno il Sant'Uffizio ave- va ritenuto fuori discussione la personalità di religioso di Padre Pio, e questo era im- portante. Cosi dopo la bufera, Padre Pio riprese i contatti pubblici con i fedeli e poté dirigere con più tranquillità le anime, pur non potendo dedicarsi come prima a una corrispondenza vera e propria, perché il divieto permaneva.

Ma i suoi figli spirituali s'andavano moltiplicando, un po' in tutte le regioni, e ce n'era- no di quelli che venivano assiduamente da lui trascorrendo qualche giorno, e anche in- tere settimane a San Giovanni Rotondo. Dove tutto, in quegli anni, era semplice e ge- nuino, per nulla toccato dal cosiddetto progresso. Un paese che conservava un tenore di vita antico, con usanze, tradizioni, caratteristiche originarie; e offriva ai forestieri, nelle proprie case, un'ospitalità fraterna e schietta. Non c'era nulla, allora, tra il con- vento e il paese: nessun abitato, e la strada era poco più che una mulattiera, faticosa e in saliscendi che bisognava percorrere a piedi, praticata com'era solo dai carretti che trasportavano ghiaia e sabbia prelevata dalle cave dietro al convento e dai carri coperti, tirati dai cavalli che venivano a volte dal circondario. Rarissime, autentici avvenimenti, le automobili che affrontavano le scoscesità della strada con qualche visitatore illustre.


Il ministero di Padre Pio

Padre Pio diceva Messa sempre molto presto, alle prime luci dell'alba, se non prima.

Molto spesso all'altare laterale dell'Immacolata, ma anche a quello centrale e, in segui- to, a quello di san Francesco. Dopo il ringraziamento, confessava gli uomini in sagre- stia, poi nella chiesetta le donne.

Al termine di tutte le confessioni, tornava in sagrestia per indossare cotta e stola, e rientrava in chiesa per distribuire la comunione ai fedeli.

Non di rado l'ora era tarda, e poiché vigeva la norma che bisognava essere digiuni del tutto, acqua compresa, fin dalla mezzanotte, non era un sacrificio da poco per i fedeli. Al pomeriggio, dopo il riposo, Padre Pio ridiscendeva in sagrestia per confessare gli uomini.

In certi periodi o in certi giorni c'erano abbastanza fedeli per impegnarlo tutta la giornata, in altri no. Comunque tutto, confessione, eventuale incontro extra con Padre Pio, si esauriva di solito in giornata.

A poco a poco, intanto, qualche timida casetta cominciava ad apparire nella zona, fatta costruire da forestieri che venivano a risiedervi stabilmente o volevano una base pro- pria per le loro venute periodiche; e anche da famiglie del paese desiderose di avvici- narsi di più al convento dov'era Padre Pio.

Perché egli era ormai al centro come di una famiglia, che si estendeva sempre più, guidando come un autentico padre, non solo spiritualmente, ma anche con consigli d'or- dine pratico, oltre persone del posto assidue al suo confessionale e agli incontri extra, anche molte altre lontane.

Tutte avevano per lui un'autentica venerazione: pur considerandolo come una persona di famiglia, e avendone e ricevendone confidenza, vedevano in lui un sigillo soprannaturale.

E alcune si affidavano a lui in toto, in una sequela spirituale senza riserve, bevendo e meditando i suoi insegnamenti, ricevuti in confessione, e anche in brevi messaggi scritti che si aggiungevano alle numerose lettere dense di spiritualità, scritte fin quando poté farlo.


I carismi: il profumo

 

Ma che cosa aveva di speciale Padre Pio per catalizzare intorno a sé tanto inte- resse e tanta venerazione? oltre le piaghe come il crocifisso, che rimanevano nelle ma- ni, abitualmente coperte da mezzi guanti color marrone, che si toglieva solo per cele- brare?

Sarebbero bastate solo queste per farlo apparire come un essere superiore, perché quelle piaghe emanavano a volte un profumo inconfondibile, che inondava i presenti, e veniva avvertito, in certe circostanze, anche da persone in paesi lontani.

E già questo era miracoloso. Si ambiva, subito dopo la messa, riuscire a baciarle prima che in sagrestia si rimettesse i guanti. E si ricercava sul bancone dove si vestiva e si spogliava le crosticine che nel togliere e nel rimettere i guanti vi cadevano sopra; con- servate come reliquie, quelle crosticine continuavano ad emanare il caratteristico pro- fumo di Padre Pio, e verıivano considerate miracolose.

 

I carismi: l'introspezione delle anime

 

A parte i segni già di per sé eccezionali che portava sul suo corpo, era evidente in Padre Pio la sua capacità di vedere l'intimo delle anime, illuminato com'era da Dio. Ciò era abituale in confessione, dove i penitenti si sentivano non di rado ricordare dei peccati non detti. E se l'omissione era stata involontaria, e si trattava di cose veniali, tutto poi filava liscio. Ma se era stata fraudolenta e se si trattava di cose gravi i rim- proveri di Padre Pio salivano per così dire alle stelle, tanto erano aspri e sferzanti, e il più delle volte il peccatore veniva scacciato in malo modo. Coram populo, perché Pa- dre Pio non aveva mezze misure. L'umiliazione era grande, non tanto per la vergogna di quel ripudio pubblico, che intimoriva anche gli altri che attendevano il loro turno, ma il più delle volte per l'orgoglio ferito.

Come si permetteva quel frate di trattare in quel modo una persona umana? Con quale diritto? Con quale autorità? E c'era chi se ne andava sdegnato, giurando che non a- vrebbe rimesso più piede in quel posto; salvo poi a ripensarci, anche con l'aiuto di qualche samaritano che spiegava come stavano le cose, e li guidava e assisteva per una nuova confessione, con altri sacerdoti se non con Padre Pio. Per questi scaccioni in confessione, si vedeva gente piangere dopo. Un pianto che faceva bene, perché faceva loro vedere con più chiarezza tutti i loro comportamenti. Ma anche fuori della confes- sione spesso in Padre Pio si rivelava questo discernimento interiore: quando nel mez- zo della folla rimproverava ad alta voce qualcuno, o senza dire nulla ritirava la mano a chi si disponeva a baciarla, o addirittura passava oltre nel fare la comunione ai fedeli. C'erano poi le volte che strapazzava di fronte a tutti una persona, lasciando di stucco gli altri.

E c'era sempre un motivo, che in genere sapeva solo il malcapitato.

 

I carismi: la bilocazione

 

Di certo, la testimonianza del dono della bilocazione in Padre Pio ci viene da lui stesso. Una volta, mentre stava con le sue prime figlie spirituali nella foresteria del convento per le consuete conferenzine, apparve a un tratto come assente. La cosa si prolungava troppo a lungo perché si trattasse di una semplice concentrazione interiore.

Alla fine si riscosse, e alla domanda di che cosa gli fosse accaduto, rispose con semplicità che era stato in America a trovare il fratello Michele.

Troviamo poi negli Epistolari chiare rivelazioni di una sua visita a una figlia spirituale di Foggia inferma: Giovina, sorella di Raffaelina Cerase, con la quale Padre Pio era in corrispondenza quando si trovava a Pietrelcina e che era stata l'occasione della sua ve- nuta a Foggia, e poi a San Giovanni Rotondo.

Noi ci limitiamo a questi due casi che vengono dallo stesso Padre Pio. Ma dobbiamo aggiungere che anche il profumo era un segno della sua presenza, o per lo meno della sua assistenza nella preghiera. Lo avvertivano anche persone che non avevano mai avuto nessun contatto con lui.

Era di solito un buon odor di violette, intensissimo e inconfondibile. Ma a volte si sentiva un odore di tabacco, o anche di acido fenico.

Quest'ultimo, Padre Pio l'aveva usato per qualche tempo subito dopo la stimmatizza- zione come disinfettante. In quanto al tabacco, Padre Pio usava annusarlo per liberare le narici intasate.

Vengono comunemente assegnati dei significati a una intera gamma di altri odori attribuiti a Padre Pio; ma, sinceramente, sono attribuzioni opinabili.

Quel che è certo è che Padre Pio anche da lontano faceva sentire la sua presenza o as- sistenza.

È anche certo che il suo sangue non aveva un odore repellente, ma gradevole. Ne ri- manevano intrisi anche i fazzolettini e le pezzuole poggiate sulle sue piaghe.

Chi riusciva ad averne uno, in qualche modo trafugato dalla sua cella, lo conservava gelosamente come una reliquia, ricorrendovi nei momenti di bisogno.

 

 

I carismi: le grazie

La preghiera d'intercessione di Padre Pio l’otteneva grazie non imputabili all'in- tervento umano. Senza arrivare, nella stragrande maggioranza dei casi al miracolo vero e proprio.  I benefici che ottenevano quelli che ricorrevano a Padre Pio sono incalcolabili, e tut- tora è così. Quando gli si raccomandava di pregare per questa o quella cosa annuiva subito, e a sua volta esortava anche il ricorrente a pregare.  In particolare, la sua preghiera abituale, diffusissima tra ı suoi devoti, era la «coroncina al Cuore di Gesù». Che Padre Pio recitava ogni giorno.

A volte il profumo intenso che si avvertiva era il segno, oltre che della sua presenza, della grazia; e si vedeva subito. Ma quando qualcuno lo ringraziava, Padre Pio in genere rispondeva: «Non me ringrazia, ma la Madonna».

Ma se qualche fedele lo metteva quasi alle strette, dopo qualche segno straordinario, chiedendogli: «Padre, eravate voi?» rispondeva di solito: «E chi volevi che fosse?».

Altre volte, da una osservazione che faceva su particolari della persona che non poteva umanamente conoscere, si capiva chiaramente il suo intervento.


In preghiera sempre

Era la sua preghiera continua il veicolo delle grazie che otteneva. Preghiera ininterrottamente giorno e notte. E non si capisce come facesse, anche se si trattava di preghiera mentale, che valicava la semplice meccanica delle parole. Ma la sua mano, infilata nella tasca pettorale della tonaca, scorreva in continuazione i grani del rosario, perché era questa la sua preghiera diciamo di base: quella che faceva da sottofondo a tutta la sua giornata.

Decine e decine di rosari interi di quindici poste: un calcolo spaventoso e incredibile.  A questo si aggiungevano le preghiere della Messa e degli altri momenti liturgici, come la Visita al Santissimo Sacramento, accompagnata dalla preghiera a Maria Vergine, che precedevano la benedizione eucaristica, che, finché poté, faceva ogni sera.


 

Il sollievo della sofferenza

Ma è tempo di parlare della sua opera terrena: quel sollievo fisico della soffe- renza che aveva costantemente perseguito fin dai primissimi anni della sua venuta a San Giovanni Rotondo,  incominciando in qualche modo a realizzarlo dando il suo aiu- to a iniziative locali. In particolare con sovvenzioni.

Arrivò anche, nel 1925, ad appoggiare la nascita, in paese, di un autentico ospedaletto, allogato nei locali di un'ex convento di clarisse. Fu chiamato «Ospedale San Francesco».

Era dotato di alcuni letti, e aveva perfino una camera operatoria. Ma non durò a lungo, per il sostanziale disinteresse di chi avrebbe dovuto farlo fun- zionare. Cadde, a poco a poco, in disuso, e un terremoto, nel 1938, lo mise del tutto fuori combattimento.

Ma già stava maturando in Padre Pio un'idea ben più vasta e solida, che fin dagli inizi del suo ministero aveva in mente, e si poggiava questa volta a persone che avevano in lui la massima fiducia, e delle quali a sua volta si fidava, per il loro totale disinteresse materiale, e per la loro fedeltà di figli spirituali, che intendevano fare solo ciò che a lui premeva, senza fini personali. Sapevano del suo antico sogno, del quale Padre Pio non faceva mistero, e cominciarono a parlarne con lui nelle sere d'inverno sul finire del 1939.

Finché decisero di riunirsi in un comitato per cominciare a dar corso all'idea. Ciò ebbe luogo il 9 gennaio del 1940, in un villino sulla strada del convento: un prefabbricato messo su in comune da due di quei fedelissimi di Padre Pio: Guglielmo Sanguinetti, medico nel Mugello, e Mario Sanvico, imprenditore nell'Umbria. Con loro, Carlo Kisvarday, di Zara, che stava mettendo su proprio in quel tempo una villa a poca distanza dal convento.

Vi erano anche alcuni altri figli spirituali di Padre Pio, che senza por tempo in mezzo misero sulla carta un organigramma di lavoro, dividendosi i compiti.

Da Padre Pio, quella sera stessa, nella sua cella, gli uomini del comitato esposero ciò  che avevano cominciato a fare. Padre Pio li benedisse e diede la prima offerta: una monetina ricevuta quello stesso giorno da una fedele.

Alla richiesta di Sanvico quale nome si sarebbe dovuto mettere a quell'opera Padre Pio rispose che ci avrebbe pensato. Poche sere dopo, il 14, diede la risposta: sollievo della sofferenza.

 

Si lavora per realizzare l'idea di Padre Pio

 

Cominciava così la grande avventura dell'Opera di Padre Pio.  La notizia di quel che si era cominciato a fare corse un po' dapertutto, divulgata a voce e per iscritto. Carlo Kisvarday, incaricato come cassiere, iniziò a registrare scrupolosamente tutte le offerte che riceveva, non solo in denaro, ma anche in beni materiali. La sua villa divenne così il centro direttivo e amministrativo dell'Opera. Più che racco- gliere denaro, negli anni della guerra non si poté fare altro.

Solo a guerra finita si cominciò a realizzare materialmente l'Opera, scegliendo definitivamente, su segnalazione di Padre Pio, il posto dove erigerla, un progetto tra i vari presentato, e il costruttore, nella persona del bizzoso ma geniale abruzzese Angelo Lupi autore lui stesso del progetto scelto.

Alla costruzione diede un forte impulso la donazione di un'ingente somma da parte del governo degli Stati Uniti d'America, stanz-iato con i fondi del1'UNRRA, tramite la giornalista londinese Barbara Ward, che, conosciuto Padre Pio nell'autunno del 1947, aveva appoggiato incondizionatamente la sua idea.

Tra contrasti, difficoltà, tentativi di boicottaggio, la costruzione continuò fino all'inau- gurazione, che avvenne il 5 maggio del 1956, alla presenza del cardinal Lercaro, di au- torità dello Stato, e di eminenti clinici di varie nazioni.

Due dei più stretti collaboratori di Padre Pio, Guglielmo Sanguinetti e Mario Sanvico, non c'erano più, scomparsi immaturamente il primo nel 1954, il secondo l'anno seguente.

Il discorso che Padre Pio pronunziò il giorno dell'inaugurazione e quello dell'anno se- guente, nel primo anniversario, tracciarono profeticamente tutto un programma di svi- luppo che in tutti questi decenni è stato puntigliosamente realizzato dagli uomini che si sono succeduti alla guida dell'Opera, grazie alla collaborazione di migliaia di bene- fattori d'ogni Paese.

Oggi l'ospedale di Padre Pio è un vera e propria cittadella ospedaliera, dotata delle più moderne tecniche e apparecchiature, e fiancheggiata da notevoli altre opere di sostegno.


Nuove amarezze: la malattia

 

L'antico sogno di Padre Pio si era realizzato. Il sollievo della sofferenza fisica era finalmente incominciato. Sotto i migliori auspici. Con primari scelti da clinici di grande fama di cui erano allievi, 

e personale ben selezionato.

In breve l'ospedale fece il pieno in tutti i suoi reparti. Tanto che solo un anno dopo si cominciò a parlare di ampliamenti, codificati da Padre Pio stesso nel discorso del pri- mo anniversario dell'inaugurazione.

Intensa era la vita dentro e intorno all'Opera, con uno sviluppo sensibile di iniziative da parte di privati. La presenza dell'ospedale, con tutto il suo movimento, determinava anche una trasformazione dell'intera zona del convento, e anche del paese, per adeguarsi alle nuove necessità.

Tutto sembrava filare quindi nel migliore dei modi. E anche la fisionomia giuridica dell'Opera, che tanto aveva preoccupato fin dall'inizio i suoi responsabili, appariva giunta in porto con una soluzione singolare che dava a Padre Pio pieni poteri di pro- prietario e di amministratore, sganciandolo, lui, figlio di san Francesco, per il solo scopo di dirigere la sua Opera, dai voti di povertà e di obbedienza.

Una concessione eccezionalissima, sancita dal Papa, Pio XII, che aveva avuto sempre grande stima per Padre Pio. Ma due anni dopo, nel 1959, in quel mese di maggio tanto pieno di iniziative, Padre Pio cominciò ad ammalarsi. Finì per non poter scendere a confessare e a dir messa, facendo temere per la sua stessa vita.

Grande fu lo sconforto dei suoi figli spirituali, che si vedevano privati della sua presenza e della sua guida. 

Padre Pio li rianimava come poteva, con qualche breve esortazione giornaliera, pronunziata al microfono dalla sua cella, e diffusa in chiesa e sul sagrato dagli alto

Finalmente si riprese, subito dopo la venuta a San Giovanni Rotondo della Madonna di Fatima pellegrina in Italia.

Attribuì esplicitamente a lei la sua guarigione e ricominciò a dir messa in pubblico e a confessare, ma con orari molto ridotti rispetto a prima.

 

Nuove amarezze: l'ennesima visita apostolica

 

Non bastava questa mortificazione fisica. Di lì a pochi mesi, cominciarono a soffiare nuovi venti di guerra verso la sua persona.

E questa volta c'era il coinvolgimento massiccio anche di un buon numero di persone a lui vicine, nello stesso Ordine e tra i suoi figli spirituali.

Dalla primavera del 1960 in poi fu un crescendo di ispezioni e controlli sotterranei,  che culminarono con la visita apostolica ufficiale di un inviato della Santa Sede: mon- signor Carlo Maccari. Che per circa due mesi esplorò a tappeto tutta la mappa delle persone e delle cose, portando poi le sue conclusioni alla Santa Sede, I vigente allora il Papa Giovanni XXIII.

L'esito delle sue indagini non tardò a manifestarsi. Severissimi provvedimenti furono presi nei riguardi di Padre Pio.

Non tanto per la sua personalità di sacerdote, ma per la guida delle anime. Isolandolo, in parole povere, dai contatti abituali con i fedeli, con il limitarli e ridimensionarli.

Una mortificazione grandissima per Padre Pio, abituato a sentirsi padre effettivo di tutti quelli che si affidavano a lui.

Anche per questo certamente la sua salute declinò in modo sensibile, fino a dover spo- starsi nei percorsi soliti in una sedia a rotelle, e a celebrare seduto.

Accompagnato e assistito giorno e notte. 

Non gli fu di sollievo effettivo l'ascesa alla cattedra di San Pietro di Paolo VI, suo ma- nifesto estimatore.

I provvedimenti, sia pure alleggeriti, per quanto si poteva, da superiori e confratelli che gli volevano particolarmente bene e lo curavano con amore, dovettero rimanere in vigore. Mentre crescevano dappertutto i suoi devoti, e si moltiplicavano dimostrazioni di stima da parte anche di grosse personalità della stessa Chiesa.


La morte

Finché, nel settembre del 1968, grandi manifestazioni vennero indette per il cinquantesimo della sua stimmatizzazione. Con un raduno internazionale dei gruppi di preghiera a San Giovanni Rotondo.

Un'attestazione imponente di fede e di affetto per Padre Pio. Da parte di fedeli intervenuti in gran numero da ogni regione italiana e da vari Paesi esteri. Che in una chiesa straripante assistettero, il 20 settembre, alla messa di Padre Pio, e parteciparono nel pomeriggio, sul sagrato del convento, alla Via Crucis meditata dai gruppi di preghiera. Ma l'indomani, 21, Padre Pio non scese a celebrare.

Celebrò il 22, a stento. Qualche comunione ai fedeli, rimanendo seduto, poi qualche confessione.

La benedizione dal matroneo nel pomeriggio, e più tardi dalla finestra della sua cella ai  fedeli che cantavano e pregavano nel prato al di là della cinta dell'orto del convento. Nella notte morì. E avvenne allora qualcosa di straordinario.

Decine di migliaia di persone accorsero a San Giovanni Rotondo per vederlo per l’ultima volta. Giorno e notte, per tre giorni, sfilarono incolonnati accanto alla sua salma.

Ai funerali il 26 pomeriggio, parteciparono in centinaia di migliaia, assiepati dappertut- to lungo il percorso del corteo, e dovette fare anche il giro del paese per permettere a tutti di vedere perlomeno la bara.

Sepolto in serata nella cripta sottostante la chiesa, da tempo preparata, fin dall'indomani sulla sua tomba incominciò un afflusso di fedeli per pregare e chiedergli grazie.

Una venerazione spontanea di popolo, che si estendeva a tutti i luoghi del convento in cui aveva vissuto ed esercitato il suo ministero: i confessionali, la cella, e poi, in segui- to, alla sua statua collocata nel prato dove si radunavano i fedeli per ricevere la sua benedizione.


Beatificazione e canonizzazione

 

Un pellegrinaggio che nel corso degli anni, trenta oggi dalla sua morte, è diven- tato sempre più straripante, imponendo seri problemi di accoglienza non solo al san- tuario dove sono le sue spoglie, ma a tutta la zona circostante, e alla cittadina di San Giovanni Rotondo.

Una trasformazione poderosa, e unica forse per la sua grandiosità, dovuta esclusiva- mente alla presenza in questa zona, un tempo del tutto ignorata e senza alcun segno di progresso, del Sud d'Italia, di un religioso considerato, fin dai primi anni del suo sa- cerdozio, santo dal popolo.

Per il gran bene, spirituale e anche materiale, fatto a tutti quelli che ricorrevano a lui.

Padre, fratello, amico, di cui subito dopo la sua morte è stato avviato il procedimento per la beatificazione.

Dapprima raccogliendo i documenti indispensabili per poter ottenere il permesso di aprirlo ufficialmente. Poi nel 1983, con l'inizio del processo canonico diocesano, dura- to sette anni, con l'audizione di un'ottanta di testimoni e l'esame dei suoi scritti. Passa- ti gli Atti, nel 1990, alla Santa Sede, e dopo tutto il percorso rituale, il 18 dicembre 1997 Padre Pio è stato dichiarato Venerabile.

Il 21 dicembre del 1998, il Concistoro della Santa Sede, con l'approvazione di un mira- colo avvenuto per intercessione di Padre Pio, decretò la sua Beatificazione avvenuta il 2 maggio del 1999 in piazza San Pietro, alla presenza di una enorme folla di fedeli.

Il 25 febbraio del 2002 il Concistoro, con il riconoscimento di un altro miracolo, de- cretò la canonizzazione di Padre Pio che ebbe luogo il 16 giugno dello stesso anno.

Così si è realizzato il desiderio espresso più volte da Giovanni Paolo II di far salire Padre Pio agli onori degli altari. Egli che ha conosciuto Padre Pio da giovane sacerdo- te, nel 1947, ed è stato poi due volte sulla sua tomba, una volta da cardinale nel 1974, un'altra da Papa nel 1987, in occasione del Centenario della nascita di Padre Pio.

A San Giovanni Rotondo, intanto, è stata completata la Basilica di San Pio da Pietrel- cina, una nuova chiesa progettata da Renzo Piano, in grado di accogliere le folle sem- pre più imponenti dei pellegrini. E in particolare quei gruppi di preghiera che, nati contemporaneamente alla Casa Sollievo della Sofferenza, conservano e trasmettono l'insegnamento spirituale di Padre Pio.

Ultima modifica Venerdì, 07 Novembre 2014 09:55