Infiammazione epatica e fibrosi, su Nature Genetics uno studio internazionale ne esplora i meccanismi

Sabato, 22 Aprile 2017 10:29

Tra gli autori Alessandra Mangia, medico responsabile dell’Unità e del Laboratorio di Epatologia

L’Unità di Epatologia dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza, in collaborazione con l’Università di Sidney, ha realizzato uno studio volto a esplorare i meccanismi che portano allo sviluppo dell’infiammazione epatica e della fibrosi.

 

«Quando un tessuto viene danneggiato - spiega Alessandra Mangia, medico responsabile dell’Unità e del Laboratorio di Epatologia - l’organismo reagisce attraverso una risposta infiammatoria che nel tempo porta alla formazione di tessuto cicatriziale, cioè fibrotico. Il  danno epatico, indipendentemente dal fatto che sia  di origine virale (epatiti B, C, D)  tossica (alcool) o autoimmunitaria (epatiti autoimmuni, colangiopatie autoimmuni)  induce una sequenza di eventi  che producono infiammazione, fibrosi e cirrosi».

 

Il gruppo di Epatologia, che da oltre 20 anni si occupa di diagnosi e cura delle infezioni epatiche di origine virale anche attraverso collaborazioni internazionali, ha studiato nei soggetti portatori di patologie epatiche i fattori genetici capaci di predisporre ad una accelerata progressione verso la fibrosi o la cirrosi.

 

I geni che codificano per la famiglia di molecole chiamate Interferoni, coinvolte nello sviluppo di infiammazione e fibrosi, possono differire da soggetto a soggetto in specifici punti della loro sequenza. Se un soggetto ha ereditato in blocco determinate varianti genetiche in specifiche posizioni nella catena del suo DNA, è portatore di un determinato aplotipo. Oltre al gene dell’interferone 3 che codificava la proteina IL28B, a cui l’ Epatologia aveva lavorato insieme al gruppo della Duke University, è stato recentemente  identificato il gene dell’interferone 4, entrambi dotati di una certa variabilità genetica.

 

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Le biologhe Rosanna Santoro e Annarita Piazzolla, Alessandra Mangia (medico responsabile) e Daniella Petruzzellis, tecnico di laboratorio

 

«Lo studio pubblicato su Nature Genetics – continua la Mangia - si basa su una complessa analisi delle variazioni genetiche identificate sul DNA di 1923 soggetti di razza caucasica con patologia epatica virale (HCV), la cui storia di malattia era  stata completamente caratterizzata. A seconda della maggiore quota infiammatoria nelle biopsie epatiche o della progressione rapida verso la fibrosi (caratteristiche fenotipiche dei soggetti), il gruppo di ricercatori del consorzio internazionale, guidato da Jacob George dell’Università di Sidney, è giunto alla conclusione che gli individui, i cui aplotipi portino alla produzione di Interferone 3 ma aboliscano completamente la produzione di Interferone 4, presentano un’intensa infiammazione epatica, uno stadio di fibrosi più elevato ed una più rapida progressione verso una malattia avanzata».

 

L’interesse di questa ricerca è molto rilevante, ma poiché lo studio della risposta interferonica non può essere effettuata ricorrendo a modelli animali, solo uno studio genetico di questa numerosità ed una caratterizzazione estremamente accurata della storia della malattia degli individui studiati può chiarire aspetti patogenetici che dall’epatite C siano esportabili ad una serie di altre patologie epatiche. 

 

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