Individuata su due sorelle ventenni la rarissima sindrome IDDCA

Giovedì, 01 Marzo 2018 16:11

In occasione della Giornata mondiale delle malattie rare, che si è svolta ieri in tutto il mondo, vogliamo raccontarvi la storia di Nicla, Raffaella, Franco e Maria. Una storia di tenacia familiare, piena di amore e di fiducia nella scienza

I VIAGGI DELLA SPERANZA

Da Manfredonia a San Giovanni Rotondo. Pochi chilometri se paragonati alle destinazioni successive: Milano, Reggio Emilia, Roma, Filadelfia (USA), Milano e di nuovo San Giovanni Rotondo. Poi Padova, Bologna, Roma e Milano numerose altre volte, e San Giovanni Rotondo.

 

Franco e Maria, ricordano perfettamente tutte le città in cui si sono recati per cercare una risposta alla malattia delle loro due figlie, Nicla e Raffaella, che oggi hanno 23 e 21 anni. E di ogni città ricordano esattamente il nome dell’ Istituto, il nome del medico, il giorno e la circostanza della visita o del consulto. In questo mare di incertezze e dubbi, tre punti fermi: la pediatra Floriana, che chiamano affettuosamente per nome e che ancora oggi è il loro primo riferimento, Michele Germano, neuropsichiatra infantile dell’Unità di Pediatria, e Leopoldo Zelante, primario dell’Unità di Genetica Medica di Casa Sollievo scomparso nel dicembre del 2015.

 

fam stuppiello

Franco e Maria con le figlie Nicla e Raffaella, durante la festa per i venticinque anni di matrimonio

 

IL PRIMO SOSPETTO

Il primo sospetto era venuto a Maria: «Facevamo il bagnetto, Nicla aveva appena 3 mesi e notavo dei ricorrenti spasmi muscolari nella bambina, dei movimenti involontari, molto energici però. Da quel giorno divennero sempre più ricorrenti e violenti. Crisi epilettiche ci dissero, ma dovute a cosa non era possibile saperlo». E qui sono partiti i viaggi della speranza.

 

La diagnosi più comune, condivisa da molti, era che le bambine soffrissero di una malattia mitocondriale con ripercussioni sulle cellule cerebrali e muscolari. Una cosa era certa, si trattava di una malattia genetica, rara e orfana. E ogni volta che Maria sentiva pronunciare quelle parole, “rara” e “orfana”, rispondeva piccata: “tanto rara e orfana non deve essere, visto che solamente io ho due figlie”.  

   

«E così nel 1996 – ricorda Franco –  cercammo un internet point per fare le nostre ricerche e tra i primi risultati venne fuori che di lì a breve, a Filadelfia, negli Stati Uniti, si sarebbe svolto un importante convegno dedicato a quel genere di malattie, con luminari provenienti dall’Europa e dall’America. Abbiamo fatto subito due biglietti d’aereo, uno per me e uno per un’interprete di lingua inglese, che a dire il vero era scozzese». Sorride. «Era la nostra fisioterapista e giacché si occupava delle nostre figlie, le chiesi di venire. Accettò».  

 

LA CENA DI GALA A FILADELFIA

Alla cena di gala riuscirono ad avvicinare uno dei massimi esperti del settore, al quale mostrarono esami di sangue, genetici, referti di biopsie cutanee e tutto il necessario. Il medico si mostrò stupito dalla loro veemenza ma cercò comunque di ascoltali e di dare una mano. Nemmeno lui concordava con la diagnosi sulla malattia mitocondriale, anche perché le ragazze piuttosto che peggiorare, come molte delle malattie mitocondriali, sembravano stabilizzarsi. Il cervello, inoltre, non presentava i danni tipici di queste patologie. Continuarono a cercare una diagnosi mitocondriale finché esami genetici più approfonditi eliminarono definitivamente questa possibilità.

 

Ovunque andavano, stessa trafila: domande, esami, visite, biopsie cutanee e risonanze con il faldone di documenti al seguito, pieno zeppo di referti e prescrizioni. «Alcuni medici ci sembravano sconfortanti, altri erano più coinvolgenti e ci invogliavano ad andare avanti. Ad un certo punto abbiamo persino apprezzato chi ci ha detto, con animo sincero, di non avere la minima idea di cosa potessero avere le bambine».

 

Nel frattempo si sono organizzati la vita. Maria ha lasciato il lavoro da sarta per occuparsi di loro e Franco, grazie alla comprensione dimostrata dai comandanti dell’Aeronautica Militare, aveva ottenuto un incarico a pochissimi chilometri da casa. Lo sconforto iniziale se lo sono dovuti scrollare di dosso, bisognava andare avanti e dare un senso alle giornate. «Raffaella andrà ancora a scuola, finché non raggiungerà i 23 anni, ora ne ha 21. Ha un’insegnante di sostegno solo per lei. Nicla ha appena raggiunto il limite di età. E anche se in comune hanno la malattia, sono molto diverse caratterialmente: Nicla vuole sempre stare in giro, con il passeggino, è la sua migliore occupazione. Raffaella è più pigra e preferisce stare in casa con le coccole di suo padre».

 

UN PICCOLO SPIRAGLIO

Un giorno si apre un piccolo spiraglio, in questo mare di punti interrogativi. Un piccolissimo spiraglio. Grazie a Leopoldo Zelante, al quale continuavano a rivolgersi periodicamente, vengono indirizzati al Laboratorio di Ricerca dell’Unità di Genetica Medica dove il biologo Giuseppe Merla si dimostra disponibile ad incontrare la coppia e a tentare una strada nuova. Dopo aver conosciuto la storia clinica delle loro figlie, il ricercatore decide di eseguire sul DNA di tutti i componenti del nucleo familiare  un esame di ultima generazione, chiamato “Exome sequencing”, in grado di sequenziare le regioni codificanti del genoma e di individuare le varianti geniche che potrebbero causare la malattia. Grazie a questa indagine e agli studi successivi effettuati su modelli cellulari e animali, sono state individuate mutazioni nel gene GNB5, responsabili della malattia. Gli studi hanno portato così alla scoperta di una nuova sindrome genetica rara, associata a bradicardia e disabilità intellettiva, riconosciuta a livello internazionale come IDDCA, cioè Intellectual developmental disorder with cardiac arrhythmia. La pubblicazione dello studio su The American Journal of Human  Genetics, nel settembre del 2016, è stata la conferma che si stava andando nella direzione giusta.

 

 

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 Giuseppe Merla, biologo del Laboratorio di Ricerca di Genetica, che ha coordinato lo studio  

 

UN NOME ALLA MALATTIA

Finalmente Maria e Franco potevano dare un nome alla malattia delle loro figlie,  dopo tanti anni di ricerca: «Non ci fermiamo, ma siamo realisti, sappiamo che si tratta soltanto del primo passo e che è molto prematuro parlare di una cura. Ma volevamo fare la nostra parte in questa lotta impari e così ci siamo detti, perché non raccogliere fondi da donare alla ricerca?». Il 12 settembre scorso, in occasione del loro 25esimo anniversario di matrimonio, a parenti ed amici che chiedevano informazioni sul regalo, hanno detto di preferire una donazione per la ricerca. Quei fondi sono stati donati dalla famiglia Stuppiello per consentire il proseguimento degli studi del dottor Merla. «Noi continueremo a sperare – ha concluso Maria – soprattutto per un domani, magari anche per altre famiglie dopo di noi. Ciò che conta è che Nicla e Raffaella siano stabili e che il Signori ci continui a dare una buona salute, perché senza di noi loro non potrebbero vivere. E noi nemmeno».

 

LA MALATTIA E GLI SVILUPPI DELLA RICERCA

«Ad un anno è mezzo dalla scoperta della sindrome, abbiamo raccolto altri  casi in giro per il mondo – ci ha spiegato Giuseppe Merla, biologo ricercatore a capo del gruppo di studio –. Finora sappiamo di famiglie giordane, indiane, portoricane, turche, tunisine, brasiliane, americane, oltre a Nicla e Raffaella, le due uniche pazienti italiane finora individuate. In comune hanno la stessa causa genetica, cioè mutazioni in GNB5, e gli stessi fenotipi: disabilità intellettiva, problemi cardiaci come aritmia e brachicardia, grave ipotonia muscolare, e anomalie oculari. Presto dovremmo ricevere altri campioni dall’Australia che inseriremo nella Biobanca Telethon collocata qui in Casa Sollievo».

 

 

Telethon

 

IL TEAM DI RICERCA

La ricerca, pubblicata nel settembre del 2016, è stata realizzata nell’ambito di una proficua collaborazione con centri di ricerca internazionali quali l’Hospital das Clınicas da Universidade de São Paulo (Brasile), il Baylor College of Medicine (Stati Uniti), l’Amsterdam Academic Medical Center (Olanda) e il Centre for Integrative Genomics (Università di Losanna, Svizzera). Per l’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza hanno partecipato allo studio i biologi Pasquelena De Nittis, attualmente studentessa di dottorato presso l’Università di Losanna, con la collaborazione di Barbara Mandriani, Dario Cocciadiferro e Natascia Malerba, tutti coordinati da  Giuseppe Merla.

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